Biografia

Robert Fekete, nato a Satu (Romania) nel 1987, appartiene alla terza generazione di artisti dalla scuola di Cluj-­Napoca, ex capitale della Transivalnia, un importante crocevia di culture e storia della regione. L’artista perfeziona la sua educazione a Cluj-­Napoca, Torino e Roma, dove partecipa ad una residenza per artisti all’Accademia di Romania, dal 2010 al 2012.
L’artista è uno degli esponenti più giovani della “Scuola di Cluj”, un gruppo di artisti rumeni provenienti dall’Università di Arte e Design della città, che conta tra i suoi ex-­studenti figure come Adrian Ghenie, Serban Savu e Victor Man. Il lavoro di Robert Fekete è stato esposto in gallerie internazionali come Dominique Flat Gallery a Parigi, HVVCA-­Hudson Vallery for Contemporary Art, Peeksill, NY, Conduits Gallery a Milano. L’artista ha partecipato a mostre collettive presso l’Accademia di Romania, alla V Biennale d’Arte di Praga, presso la galleria Prisma a Bolzano, Mihai Nicodim a Los Angeles, Mie Lefever a Destelbergen, in Belgio. I suoi lavori sono stati acquisiti da collezioni pubbliche e private, quali la collezione permanente del Hudson Valley Center for Contemporary Art, la Peekskill NY e dell’ Art Center Hugo Voeten, a Herentals, in Belgio.
L’artista vive e lavora a Cluj-­Napoca.

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Gallery Exhibition

C’erano una volta un uomo e una montagna. In realtà, era un uomo che guardava un quadro che rappresenta una montagna. E poi c’era un altro uomo che guardava un altro quadro, nel quale c’è l’uomo che guardava il quadro che rappresenta la montagna. I dipinti di Robert Fekete sono matrioske che fanno girare la testa, dove una scena ne contiene un’altra; il paesaggio, l’uomo che lo ammira e l’arte stessa si contendono il ruolo di protagonista. Il titolo della mostra, Moving Mountains, viene da una poesia di William Blake: “Great things are done when men and mountains meet. This is not done by jostling in the street”. Blake e gli altri pittori romantici sono la principale fonte di ispirazione per Fekete, che si definisce un neo-romantico. Da Friedrich prende i personaggi visti di spalle che guardano il paesaggio; da Munch la forza e la ricchezza dei colori; ma è da Blake che prende qualcosa di fondamentale per la sua poetica: la predominanza dell’uomo.

I personaggi di Fekete siedono immoti, o si stagliano solenni con le braccia alzate, come se avessero davvero il potere di chiamare a sé le montagne, innalzare i fiumi con un movimento delle braccia, togliere il colore al cielo per versarlo sulla parte inferiore della tela. Sono eroi, forse gli ultimi eroi romantici, protagonisti di un’epica in cui l’uomo e la Natura sono finalmente alla pari. A volte i suoi quadri si citano l’un l’altro, in un gioco di rimandi che ricalca la struttura a matrioska di molti suoi quadri: una scena può venire trasportata da un quadro all’altro, variando la dimensione del dipinto o tagliando l’immagine in modo diverso; una scena verticale può diventa orizzontale, e un quadro più grande può diventare un particolare di un dipinto molto più piccolo. Un rimescolamento che si applica anche alle tecniche pittoriche, visto che Fekete ama lavorare con materiali diversi: acrilico per il bozzetto, spray per le sfumature e olio per i dettagli, a cui talvolta si aggiunge il collage. Quest’ultima tecnica, che sovrapponendosi allo spessore della tela suggerisce la terza dimensione, viene non a caso riservata alla figura umana. Vediamo la Natura dipinta in quadri dentro il quadro, e l’uomo dentro il dipinto è l’unico a cui è concessa la finzione della tridimensionalità. Un mix curato, spesso integrato con figure geometriche il cui scopo è equilibrare la composizione, e in cui le varie tecniche pittoriche si integrano armonicamente. E infine il particolare forse più straniante di tutti: l’uso della luce. Pur senza arrivare al surrealismo di Magritte, che dipingeva cieli azzurri sopra case immerse nel buio della notte, Fekete fraziona la scena dipinta illuminando la tela con due o più luci diverse. Così l’uomo dentro il quadro è quasi al buio, ma sulla montagna nel dipinto di fronte a lui splende la luce del giorno. L’unità della rappresentazione si dissolve nella compresenza di più stagioni o diversi momenti del giorno nella stessa opera, realizzando l’impossibile. La profezia di Blake si è avverata.